Strumenti e documenti - Documenti di analisi
Testo pubblicato a puntate sul settimanale "Cronache del Pinerolese" nel periodo marzo-aprile 1980 ANDARE PER CANZONI Il nostro gruppo di musica popolare inizia a lavorare quasi quattro anni fa, con uno spettacolo di canti piemontesi, tratti da raccolte e da ricerche fatte da altri, e rielaborati con una certa libertà. Lo spettacolo successivo, "Canti e balli della Val Chisone", aveva un taglio diverso, più specifico: i canti e le musiche appartenevano a un'area delimitata, ed erano stati raccolti da noi in una ricerca iniziata nel dicembre 1977. Parlando di impostazione diversa, ci riferiamo non solo alla maggiore omogeneità del materiale presentato, ma anche ai modi di riproposta, improntati a una certa fedeltà verso i modelli originali. Era un tentativo di recuperare questo patrimonio musicale conservandone lo spirito e la freschezza. Da quello spettacolo il nostro gruppo agisce come gruppo di ricerca e riproposta, due fasi che non abbiamo vissuto come separate, ma strettamente legate l'una all'altra, parte di uno stesso modo di porsi nei confronti della musica e della cultura popolare. LA RICERCA E' utile forse parlare a questo punto della ricerca e del suo significato
per noi. Quando l'abbiamo iniziata non avevamo ben chiaro ciò che
avremmo potuto trovare, né che metodologia seguire. Volevamo verificare
di persona cosa ancora esistesse nel Pinerolese, avere un contatto diretto
e stimolante con la realtà sociale da cui nascevano queste canzoni.
E l'esito fu molto positivo, superiore alla nostra previsione. Lo strumento usato agli inizi fu così quello del ritrovarsi di
cantori e suonatori del posto insieme a noi in un locale disponibile (la
Società Operaia di Villar Perosa, bar di Inverso Pinasca, Pramollo
e Pomaretto). E' un metodo meno scientifico della presa di contatto con
persone singole, a cui richiedere canti, e con cui approfondire il discorso
su certi aspetti della cultura popolare, ma più stimolante e coinvolgente. La ricerca così si intensificò e procedette (e procede) su due binari: da un lato, questi incontri, che continuano in un rapporto di amicizia fra noi e alcuni "informatori"; dall'altro, il concentrarsi su certi aspetti della cultura musicale della zona con ulteriori indagini, e una maggiore attenzione per le testimonianze orali, i ricordi, i racconti, che permettono di ricostruire con precisione lo sfondo culturale da cui nasce e di cui è parte la musica. Nei momenti di ritrovo la ricerca si riunisce alla riproposta: ascoltiamo, e impariamo a cantare, pezzi nuovi, ma suoniamo e cantiamo anche musiche e canti che abbiamo già assimilato e fatti nostri. Le due fasi della nostra attività, come accennavamo prima, tendono a riunirsi, a non presentarsi come separate. L'approfondimento della ricerca, d'altra parte ci dà modo di sistematizzare il materiale raccolto, e di cogliere alcune specificità culturali. "Canti e balli della Val Chisone" testimonia proprio di questa prima fase di assestamento. VAL CHISONE E VAL GERMANASCA - I CANTI L'area più ricca di canti e tradizioni nella bassa Val Chisone è quella dell'Inverso, a cui bisogna accostare la Val Germanasca, dai caratteri del tutto simili. La particolarità culturale più importante di queste zone è di essere sede di consistenti nuclei valdesi, ancora molto uniti, in cui si parla correntemente il "patouà". E' un'area che per lungo tempo ha gravitato culturalmente, verso la Francia: frequente era l'emigrazione oltralpe, soprattutto stagionale, corrente l'uso della lingua francese, in primo luogo nel culto religioso. Il regime fascista si sforzò inutilmente di reprimere e di eliminare questa particolarità. Un po' la coscienza di possedere una storia e una cultura proprie, un po' il relativo isolamento, hanno creato le condizioni favorevoli al mantenimento di un rapporto vivo e fecondo con la tradizione. Sono aspetti abbastanza noti, che è bene tenere presente analizzando
la musica popolare di queste zone. Ed è curioso osservare come
il canto popolare, di solito trasmesso solo oralmente, abbia qui potuto
conservarsi in un repertorio vastissimo grazie, invece, all'abitudine
di trascrivere su quaderni ben ordinati e spesso illustrati da disegni
fatti a mano il testo delle canzoni più conosciute. Di "cahiers",
come si chiamano, è ricca tutta la vallata, e ne abbiamo raccolto
diversi. Ed è questa una pratica che testimonia sia dell'elevato
livello di cultura medio, sia dell'importanza che era annessa a questi
canti, trascritti così sistematicamente e conservati con tanta
cura. Gran parte dei canti erano in lingua francese: "in lingua francese",
e non "francesi", poiché riteniamo che essi si debbano
considerare a tutti gli effetti canti locali, originari della valle o
elaborati autonomamente,e quindi fatti propri, dai valligiani. Un patrimonio
dalla notevole vitalità: un buon numero di canti sono ancora diffusi
e conosciuti, anzi, hanno subito variazioni e modifiche più o meno
ampie. Che è un segno positivo, perché indica che ne è
stato fatto un uso costante, col processo di rielaborazione che ne consegue. Per fare un esempio, riportiamo il testo di un canto storico, fra i più diffusi, anche se qui la storicità è relativa, data più che altro dalla vicenda. Si canta in versioni leggermente diverse da zona a zona. La seguente proviene dal vallone di Pramollo: Pendant la nuit un jeune militaire Napoléon dit à ses camarades "Je suis français, le soldat lui répète, "Oh, mon ami, nous sommes sans ressources Dans mon pays je labourais la terre Le lendemain s'en va-t-au corps de garde Canzoni di questo genere erano eseguite coralmente, a più voci,
secondo uno schema diffuso un po' in tutto l'arco alpino. Raramente con
gli strumenti si accompagnava la canzone: lo stile corale impone alla
melodia ritmi e intervalli particolari, che uno strumento, di solito più
legato a una cadenza precisa, stenta a seguire, anzi tende a regolarizzare. Ohi metti pure le scarpe ai pié Nella Val Chisone ci so' i partigian Repubblicani sono arriva' LE DANZE OCCITANE In questo ultimo anno la nostra ricerca si è concentrata soprattutto,
in Val Chisone e in Val Germanasca, sulle danze locali. Ci riferiamo alle
danze occitane, di origine antica, e diffuse, con caratteri sostanzialmente
simili, nelle valli dell'arco alpino in cui si parla la lingua d'oc, in
particolare, oltre alle valli valdesi, in Val Varaita e Val Vermenagna,
e che sono state, di recente, ampiamente rivalutate e ridiffuse. La courènto, chiamata anche "tarantella", si divide, come struttura, in due parti: la prima, detta viroun o a la messo, è più tranquilla, e vale da introduzione; nella seconda, detta balét, ripetuta di norma due volte, il ritmo si vivacizza e i due ballerini prima segnano il ritmo tenendosi per mano uno di fronte all'altra, poi danzano in cerchio tenendosi sottobraccio. A quest'ultima fase corrisponde, in genere, la riproposizione, in forma più o meno rielaborata, della melodia iniziale. Il suonatore segna il passaggio dalla viroun al balét chiudendo con uno stacco la prima parte, e riprendendo a suonare nel balét con un ritmo più cadenzato e vivace. La bouréo, che ricorda una courènto a cui manchi la parte introduttiva, come fosse composta solo dal balét, è ballata da due o quattro coppie, che a un certo punto si scambiano le dame. Il musicista deve marcare e guidare al momento giusto questo scambio, ed è questa la caratteristica e la difficoltà principale della danza. L'espouzino era invece ballata da due o quattro gruppi di tre ballerini, due dame e un cavaliere, ed era una danza più legata a momenti di ritrovo familiare, come, ad esempio, una festa di nozze. E' oggi quasi del tutto scomparsa. In effetti, l'avvento del ballo liscio ha causato l'emarginazione di
questi balli e ne ha provocato delle modificazioni non secondarie, come
l'accelerazione, imputabile forse all'influenza della polka, e la tendenza
di alcuni musicisti ad inserire nelle courènta, ogni tanto, dei
"trii", cioè degli stacchi in tonalità diversa
dalla principale per ovviare alla monotonia della linea melodica, come
si fa nel valzer o nella mazurca. Sono osservazioni tecniche, queste ma mettono in evidenza come, in genere, ogni suonatore tenda a personalizzare il pezzo che segue, mettendoci del suo: può variare lievemente la melodia, aggiungere delle voci, cambiare la tonalità. Ogni esecuzione risulta così, in un certo senso, unica e irripetibile, e l'esecutore, pur muovendosi sempre nell'ambito della struttura delineata in precedenza, ha modo di far valere la propria inventiva ed originalità GLI STRUMENTI MUSICALI Grande rilevanza assumono nella riproposta di queste danze la scelta e l'uso degli strumenti musicali. Ogni strumento ha, infatti caratteristiche proprie e ben definite: il timbro, il volume e l'estensione sonora, la disposizione delle note sulla tastiera, ecc.. E, inoltre i problemi tecnici che esso pone all'esecutore possono essere risolti in modo diverso, dando origine a differenti stili, e modi di esecuzione. Lo strumento contribuisce così a determinare le caratteristiche proprie di un dato brano musicale: una danza, una courènto, ad esempio, cambia aspetto se eseguita al violino o alla chitarra, e non solo per quanto riguarda la qualità del suono, ma anche la linea melodica e il ritmo possono subire variazioni piuttosto sensibili. Si spiega allora l'attenzione riservata dai gruppi di riproposta all'organico strumentale: la musica popolare di una certa zona è stata condizionata, infatti, dagli strumenti tradizionalmente impiegati, ed è importante, nella riproposta, tener conto di questo fatto, e limitare l'introduzione di altri strumenti, che porterebbero ad una trasformazione più o meno evidente dei pezzi. Inoltre, anche adottando gli strumenti della tradizione, rimane il problema dei modi di esecuzione: la tecnica dei musicisti popolari, infatti, è sovente ben diversa da quella cosiddetta classica, anzi, i suonatori più abili elaborano uno stile personale e distintivo. Primo termine di paragone, dunque, è la cultura e la pratica musicale riscontrabili nella zona a cui si fa riferimento, il tipo di strumenti usati, e le particolarità stilistiche degli esecutori. Nelle Valli Chisone e Germanasca diffuso e costante (almeno prima dell'ultima
guerra) era l'uso di strumenti musicali: si suonava e ballava spesso,
e la conoscenza, anche solo superficiale, di un qualche strumento era
un fatto comune. E' ovvio che questi due livelli di pratica musicale non sono separabili
nettamente, e che i musicisti suonavano indifferentemente nell'ambito
comunitario, come in gruppi amatoriali semi-ufficiali. L'aspetto ufficiale
tende, tuttavia, a prendere il sopravvento man mano che ci si avvicina
ai giorni nostri, e decresce, col deteriorarsi della vita comunitaria,
il lato più spontaneo. Primo strumento da considerare nell'esecuzione delle danze, comunque, resta pur sempre la voce. Le courènta si potevano infatti cantare, con testi spesso di carattere osceno in lingua occitana, francese, piemontese, e anche in italiano. Le parole avevano per lo più la funzione di distinguere un pezzo dall'altro e di permettere ai ballerini di richiedere i pezzi preferiti: erano molto semplici, con un accentuato carattere ritmico, e spesso facevano riferimento a persone o località conosciute o a momenti di vita quotidiana. Il contenuto aveva comunque un significato secondario rispetto alla funzione ritmica del canto: qui la voce davvero tendeva ad avvicinarsi a uno strumento e, in mancanza di suonatori, sapeva guidare la danza. Fra gli strumenti veri e propri quello che predomina è la fisarmonica.
Fisarmoniche se ne ritrovano di due tipi: quella diatonica (il semitoun),
e quella cromatica, a bottoni, o a piano, coi tasti. Nella ricerca abbiamo poi riscontrato l'ampia diffusione, prima dell'ultima guerra, del violino, in tutte e due le vallate. Violinisti in attività non ne esistono più, restano solo testimonianze sparse, da cui è difficile ricostruire la tecnica usata dai suonatori. E' però intuibile che lo stile esecutivo si differenziava da quello classico, rifacendosi anche alle ricerche svolte nel sud della Francia, dove ancora esistono violinisti popolari in attività: le differenze principali consistono soprattutto nell'uso dell'archetto, utilizzato in funzione ritmica più che melodica (è questa una costante che si ritrova un po' in tutti gli strumenti), e nella tendenza a sfruttare le corde basse (Re, Sol) come bordone, per creare un pieno sonoro, suonando così in tonalità in cui sia possibile usare corde vuote (Sol, Re, anche La) e spostandosi raramente dalla prima posizione. La tecnica popolare più antica vuole lo strumento tenuto a braccio, ma ci risulta più comune, e testimoniata anche nelle nostre valli la posizione classica, col violino appoggiato sotto il mento. Strumento simile al violino, ma di più recente introduzione, è il mandolino. E' probabile che la voga del mandolino risalga agli anni '30, e sia stata indotta dall'immigrazione veneta e lombarda. Sta di fatto che lo strumento è oggi ampiamente diffuso, ed usato anche, se piuttosto raramente, nell'esecuzione delle danze occitane. In quest'ultimo caso la tecnica usata si discosta un po' da quella di stampo meridionale, con un frequente ricorso al tremolo, e prevede un uso più scarno e misurato delle pennate, e un maggiore utilizzo delle risorse ritmiche dello strumento. Esistono poi altri strumenti più elementari, ma pure significativi, grazie ai quali l'aspirante suonatore instaurava un primo approccio con la musica. Fra questi l'armonica a bocca (ourganin), molto comune e usata anche come strumento singolo per guidare le danze, il pinfre, un flauto diritto di legno di semplice costruzione, lo scacciapensieri, detto champorgno, che serviva per lo più come sostegno ritmico al canto. LA RIPROPOSTA E I SUOI STRUMENTI Nella riproposta delle musiche locali abbiamo dunque cercato di adeguarci alle indicazioni che emergevano progressivamente dalla ricerca in corso: operazione non semplice, perché significava introdurre strumenti nuovi, e che nessuno di noi sapeva suonare. In effetti, il problema era che provenivamo da altre esperienze, diciamo pure da un'altra cultura, e che dovevano trovare il modo, anche musicale, di rapportarci al mondo popolare. Dalla ricerca abbiamo tratto informazioni, stimoli e modelli a cui conformarci,
ma, naturalmente, la traduzione pratica di questa serie di indicazioni
comportava del tempo, delle fasi intermedie, e comunque, un'operazione
di compromesso fra le nostre concezioni e conoscenze musicali e la realtà
culturale che prendevamo come riferimento. Più complesso il discorso sugli strumenti "nuovi", per
i motivi accennati in precedenza. Scartato a priori, per ovvie ragioni,
l'uso di strumenti elettrici, ci siamo orientati verso strumenti acustici
che per sonorità, timbro e potenzialità espressive potessero
rientrare nel quadro di riferimento che emergeva dalle nostre ricerche
e, in linea con una tendenza generale fra i gruppi di riproposta locali,
sono stati strumenti più antichi ad attirare la nostra attenzione:
l'organico attuale comprende infatti "épinette" e ghironda,
la vioulo occitana. La ghironda è uno strumento a diffusione europea, ormai piuttosto noto, ed è diventata un po' il simbolo del risveglio culturale occitano. E' diffusa più che altro nella Francia del Sud, ma se ne trovano tracce anche nelle valli alpine del versante italiano, soprattutto in Val Maira. Nelle nostre vallate non se ne conserva alcun ricordo, e probabilmente, da noi non è stato che uno strumento di passaggio, portato da suonatori ambulanti in epoche abbastanza remote. Come l' "épinette", è uno strumento a bordone, con una ruota, manovrata con una manovella del esecutore, che fa vibrare le corde sfregandole. Le note della melodia si ottengono premendo dei tasti disposti orizzontalmente sul corpo della cassa. E' provvista di un interessante dispositivo tecnico (la "trompette"), azionato dalla mano che gira la manovella, che produce un suono breve e gracchiante, usato come supporto ritmico. Sono strumenti basati su scale antiche, dette modali, che si differenziano da quelle oggi in uso, le scale tonali. Queste ultime presuppongono l'esistenza di una nota fondamentale (tonica), che dà il nome alla tonalità, e la presenza di un sostegno armonico alla melodia, dato da una successione di accordi. Alla base della musica modale non sta, invece, una sequenza di accordi, ma, al più, una nota unica e sostenuta (il bordone), su cui si muovono le note della scala. Il modo principale è quello di Do, corrispondente all'attuale scala maggiore diatonica di Do (Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si, Do). Gli altri modi si originano da questa scala, a partire da un qualsiasi punto di essa, senza usare note alterate. Ad esempio, il modo di Re si basa sulla scala Re, Mi, Fa, Sol, La, Si, Do, Re. E' opportuno precisare, in ogni caso, che strumenti di questo genere non sono indispensabili alla riproposta di queste musiche e che il loro peso, nella cultura musicale delle nostre valli, è del tutto trascurabile. Proprio per la loro forma e per le loro caratteristiche particolari, però, attirano l'attenzione generale, e mettono un po' in secondo piano gli strumenti più comuni. Il pericolo è di fare con essi un'operazione folkloristica, nel senso negativo del termine, di mettere, cioè in risalto elementi secondari, ma curiosi, insoliti, interessanti per la loro natura "diversa". Ciò può servire a far spettacolo, ma non è certo indice di un atteggiamento corretto nei confronti della cultura popolare. E' bene quindi considerare questi strumenti come un qualcosa in più, e farne uso con una certa parsimonia, nell'esecuzione delle musiche di origine più antica, ad esempio. LA PIANURA Più di recente abbiamo iniziato un lavoro di ricerca nella zona di pianura circostante Pinerolo. E' un'area, questa, ben diversa da quella occitana, sia culturalmente, e il segno più evidente è il predominio assoluto del piemontese, che dal punto di vista economico. E' indubbio però che in passato ci sia stata ampia circolazione di persone e cose fra aree cosi vicine: ciò ha favorito gli scambi culturali e, per questo ci riguarda, la diffusione di canti e musiche che, portati di paese in paese, venivano poi trasformati e adattati ai gusti della comunità locale. Per far subito un esempio, prendiamo quel filone di canti che i ricercatori classificano sotto il titolo di "Lutto leggero". Ne abbiamo raccolto tre versioni differenti, due delle quali sono decisamente simili e derivano probabilmente da una matrice comune. A Garzigliana di canta con questo testo: Co' fast-tu lì Gigin A Pramollo invece, l'abbiamo raccolta in questa versione: Cosa fast-tü lì Mariun Se me marì l'è mort E' difficile rintracciare l'origine delle canzoni e ricostruire gli scambi
culturali intercorsi fra montagna e pianura. Nei tempi passati le valli
alpine hanno certo costituito una via di penetrazione di canti e musiche
provenienti dalla Francia, mentre più di recente il piemontese
ha esteso la sua influenza su gran parte della Val Chisone, dove si ritrovano
canti tipici della pianura a fianco di "complaintes" e di "courénte". |