AU SON DE VOTZ
Le voci della danza
Intervista con Joan Luc Madier a cura di Thierry Laplaud
Quando "Au Son de Votz" è apparso nel 1986,
la voce era diventata marginale nei balli. I musicisti erano sul
palco e i ballerini sulla pista. Con il ballo cantato, il palco
non esiste più. Una comunione molto forte unisce l'artista
e il suo pubblico, e la voce è il cemento che lega due realtà
che di solito stanno l'una accanto all'altra, senza frequentarsi
troppo. Au Son de Votz è stato certamente uno degli elementi
che hanno permesso al canto di ritrovare i suoi titoli di nobiltà,
nel ballo come sul palcoscenico. Intervista con Joan-Luc Madier,
grande voce d'Occitania, ex componente dei Perlimpinpin Folk, fondatore
del gruppo
A quando risale il tuo interesse per il canto e la musica
tradizionale ?
Ho sempre cantato e fatto della musica, come tanti. Come tanti,
inoltre, nel '68 ho preso la mia chitarra e ho mandato tutto al
diavolo. E' allora che ho cominciato a cantare in una lingua a supporto
di una cultura che stavo scoprendo e che risultava essere mia, quella
dei miei genitori e dei miei nonni. Mi sono appropriato di questo
patrimonio, e volevo cercare di ridargli i suoi titoli di nobiltà.
Fino ad allora facevo parte della generazione "rock and roll"
(Johnny Halliday, Vince Taylor
) e non lo rinnego. Quando ho
scoperto la poesia, le canzoni,
. tutto quel patrimonio occitano
che mi era sfuggito, è stata come una rivoluzione culturale
per me. Mi sono reso conto che c'erano cose ammirabili, che, a mio
avviso, sono essenziali
. E lo penso ancora.
Questa lingua ha ritrovato i suoi titoli di nobiltà
?
Se la passa un pochino meglio, adesso. Viene sempre più
insegnata. Io credo che noi occitani siamo ora quelli che hanno
il più gran numero di bambini che imparano l'occitano a scuola,
ma è anche vero che siamo 16 milioni. Il nostro vantaggio,
e il nostro inconveniente, è che l'Occitania è un
grande paese. E' certamente più difficile organizzare delle
cose ma, una volta che partono, queste hanno più probabilità
di riuscire.
Il movimento folk è stato il solo a partecipare alla
rinascita della lingua occitana ?
C'è molta gente che, prima del movimento folk, subito
dopo l'ultima guerra (e ne conosco un buon numero, perché
io lavoro sui trovatori con molti poeti, linguisti e filologi) stava
alla base del rinnovamento della cultura occitana. Essi sentivano,
come noi, che qualcosa stava scomparendo, ma spesso parlavano al
muro. I loro discorsi, in genere progressivi, si scontravano sovente
con coloro che venivano denominati i "félibriges",
dei conservatori nati che volevano che la lingua occitana non esistesse
in quanto tale, ma che restasse un patouà completamente dialettale,
con una grafia non normalizzata com'è quella di oggi. E'
stato necessario lottare contro questi personaggi molto aggressivi,
che purtroppo ancora oggi hanno un certo seguito.
Non esistono molte lingue d'oc?
Quando si affronta la cultura occitana, si guarda prima di
tutto ai trovatori. E' un mondo nel quale è difficile immergersi.
Bisogna praticamente dedicarsi solo a quello, tanto è complicato
da cantare, con un supporto melodico estremamente ricco e melodioso,
una poesia esoterica molto difficile. E' favoloso. Bisogna sapere
che in Occitania si stava insediando un grande potere politico-culturale:
i possedimenti di Guglielmo IX, il primo trovatore conosciuto, erano
cento volte più estesi di quelli del Re di Francia in persona.
I trovatori avevano sicuramente avviato quella che adesso viene
definita una normalizzazione linguistica. E' gente che alla fine
del XIII secolo, prima che cominciasse la persecuzione contro di
loro, riusciva ad intendersi senza difficoltà. Avevano inventato
l'inter-comprensione. Cosa che sette secoli dopo non si ritrova
più, perché ora ci si rende conto che l'occitano è
una lingua unica, ma frammentata in sei grandi dialetti (quello
del Languedoc, il provenzale, il nord-provenzale, il guascone, quelli
del Limousin e dell'Auvergne), se non di più. E tutto questo
si ritrova nella poesia. E' una cosa che a me sta bene, perché,
qualunque sia il trovatore che interpreto, ritrovo lo stesso linguaggio.
Il tempo lo ha poi frammentato in vari dialetti, ma si tratta di
una piccola frammentazione.
Ne parli con tanta passione!
Sicuro, quando ho scoperto tutto questo patrimonio è
stata una gran cosa per me. Mi sono detto che dovevo occuparmi solo
più di quello e me lo dico tuttora. Ancora oggi bisogna battersi,
cantare in occitano, dire e fare sentire alla gente che l'occitano
è una lingua bella, forte. Una lingua che il mondo intero
ci invidia, che ha una storia favolosa.
Qual è il ruolo di "Au Son de Votz" ?
Se ti parlo di un repertorio complicato come quello dei trovatori,
con melodie estremamente cesellate, costruite sui testi, è
perché le canzoni di "Au Son de Votz" sono tratte
da questo fondo culturale. Hanno attraversato i secoli, si avverte
chiaramente dalle loro melodie che hanno resistito al tempo e che
vengono da molto lontano, hanno subito l'erosione creata dal passaggio
dalla bocca all'orecchio nel corso di diverse generazioni. Sono
canzoni che sono sopravvissute per fare ballare la gente, per dare
del piacere
se sono più semplici di quelle dei trovatori,
ciò non toglie che ne deriva lo stesso sapore quando le tieni
in bocca. Sono molto vulnerabili perché sono molto semplici,
anche se molto ben scritte. Si sente chiaramente che sono state
cantate per generazioni e generazioni e quando le tieni in bocca
ti rendi conto che chiunque le può cantare. Sarebbe bello
comporre dei brani così, a me per primo piacerebbe, perché
la parola cade bene, ti fa sollevare la mascella, fa partire la
lingua dietro gli incisivi, diventa tutto una percussione. E' magistrale
da cantare!
Quali sono i temi di questi canti popolari ?
Il fondo comune della canzone tradizionale francese. Il lavoro,
i conflitti, l'avventura, i fatti storici, canti di gioia e di festa.
Le canzoni maliziose sono ben presenti, e naturalmente l'amore,
che nell'ispirazione poetica occupa un posto molto importante da
noi.
Quando "Au Son de Votz" si è formato nel
1986 la voce era sempre meno utilizzata nell'ambito popolare. Il
gruppo è stato una risposta a questo fenomeno ?
Proprio così, anche se preferirei dimenticarlo. Era
chiaro che nei balli si cantava sempre meno. E io, che modestamente
ho adottato la voce come strumento musicale, mi sono detto che bisognava
reagire. Ho proposto a mia moglie Dany, che faceva parte del gruppo
"Attal" con Dominique, di fare un ballo solo con la voce,
senza percussioni né altri strumenti.
Questa formazione, che ha ricevuto un'accoglienza molto positiva,
è servita come elemento propulsore verso il rinnovamento
della canzone che si può constatare oggi ?
Non credo. L'analisi che fai sulla scomparsa della voce nei
balli e sul palcoscenico, la fecero all'epoca decine di musicisti
e tutti reagirono allo stesso modo, contemporaneamente. Sulla scena
occitana saremo forse stati i primi, ma sono persuaso che altri
han fatto come noi, o erano sul punto di farlo, nello stesso periodo.
Perché solo del ballo?
Ne sono stato io responsabile. Credo che per il momento abbiamo
abbastanza lavoro da fare per arrivare a interpretare bene questi
canti, a cesellare il testo sulle note. E vero che io preferisco
il concerto ma per un po' di tempo dobbiamo ancora perfezionare
il ballo, anche se quest'estate faremo dei piccoli concerti.
Perché vi si vede così poco sulla scena ?
Perché siamo tutti molto occupati. I miei tre colleghi
esercitano tutti un mestiere interessante, io sono il solo professionista
del gruppo. Dunque, è piuttosto difficile trovarsi.
"Au Son de Votz", cosa significa nella tua carriera
?
Quando abbiamo creato il gruppo, io lavoravo ancora con i Perlinpinpin.
E stata la mia prima esperienza fuori da quel gruppo, e oggi questo
è un modo per me di restare vicino al pubblico che mi seguiva
all'epoca.
Il palco è importante per te ?
Oggi come oggi non riuscirei a fare altro. Più invecchio,
più mi ci ritrovo bene. Mi dico che ho delle cosa da dire,
che non ho ancora cantato abbastanza. E' una malattia grave!
Nel 1972 pensavi di essere contagiato da un virus simile
?
Cosa posso dire? Potrei dire di no, o di sì. Sì, perché
avevamo una specie di fervore, una voglia di fare affinché
la musica e la lingua non fossero più in pericolo. La battaglia
è stata dura e interessante, e solo una generazione dinamica
come la nostra ha potuto combatterla. Io mi dicevo che questa energia
sarebbe continuata, ma senza avere un progetto. Ma potrei anche
dirti di no, perché era molto pericoloso per me che avevo
un lavoro fisso (addetto commerciale in una banca per tre anni).
Ho dato le dimissioni perché passavo il tempo a cantare.
Invece di andare dai clienti mi dedicavo alla musica. Mi sono detto
semplicemente: "Fallo adesso, se no sarà troppo tardi".
Ma non avevo nessun progetto in testa.
Militante nel '72, militante ancora oggi ?
Naturalmente. Siamo un po' militanti nonostante tutto, anche
se ho incontrato molta gente che aveva orrore di questa parola.
In un certo senso lo sono, e non contesto il termine. Ma bisogna
che lo si faccia con gioia, senza animosità, cercando di
far vedere al pubblico che quello che facciamo è una cosa
apprezzabile. E' assolutamente importante, perché nessuno
al mondo ha il diritto di fare morire una parola, una frase, un'espressione.
Nessuna lingua deve morire, è impensabile. C'è bisogno
di molta gente per dedicarsi a questa battaglia, perché uccidere
una lingua è un po' come uccidere la gente che la parla.
Come reagisci all'invasione della lingua inglese ?
Sono favorevole al fatto che i miei figli parlino inglese e francese,
ma anche occitano. A voler negare le culture che ci circondano,
si finisce col fare un popolo di buoi che parlano una lingua immaginando
che sia il massimo. Ci si rende conto quando si viaggia molto che
non è così, e il fatto di rinchiudersi nella propria
lingua ci impedisce di comunicare. Ancora una volta, essere pluri-lingue
è un atteggiamento spirituale, un modo di essere culturalmente.
Che futuro per Joan Luc Madier e "Au Son de Votz"
?
Come non ho mai analizzato il fatto di sapere se avrei continuato
il mio mestiere di cantante, così non mi preoccupo del futuro,
perché quello che mi fa andare avanti è la voglia
di trovarmi di fronte a un pubblico. Se un giorno le cose si mettono
male, verrò a Parigi a una stazione del metro per continuare
a cantare ! Per quanto riguarda "Au Son de Votz", è
diverso, perché gli altri hanno un lavoro che li appassiona.
Ma non vedo perché dovremmo smettere. E' una formazione a
cui sono affezionato perché il suo repertorio è più
vulnerabile che non le canzoni dei trovatori. Sono della canzoncine,
dei fraseggi, degli estratti di rondeau o di mazurca che ti cadono
in bocca, sotto la lingua, e che bisogna ritrasmettere.
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