LA CANTARANA - Presentazione gruppi
Au Son de Votz
Gascogne - Occitania

 


Au Son de Votz si colloca al vertice di un filone di riproposta delle danze tradizionali occitane caratterizzato dall'uso della voce, senza accompagnamento strumentale. Quattro cantori diretti da Joan-Luc Madier, due uomini e due donne, esempio insuperato della capacità di valorizzare appieno le potenzialità ritmiche ed espressive della voce umana, il primo strumento, quello più duttile e incisivo.
Il quartetto si costituisce nel 1986, quando va esaurendosi la collaborazione di Joan-Luc Madier con i Perlinpinpin Fòlc, gruppo con cui ha iniziato la sua carriera musicale. La prima uscita ufficiale della nuova formazione è la cassetta "Dançum", realizzata proprio insieme ai Perlinpinpin, vera pietra miliare del bal folk occitano, che presenta un ampio panorama del repertorio della Francia sud-occidentale e un quadro completo dell'espressività popolare legata alla tradizione coreutica, dal raffinato impasto strumentale dei Perlinpinpin all'energia e dinamismo del ballo cantato di Au Son de Votz.
Joan-Luc Madier, leader del gruppo e unico musicista a tempo pieno, si dedica dalla fine degli anni '80 al repertorio dei trovatori e del medioevo occitano in genere con l'ensemble "Tre Fontane". Più recentemente, terminata anche questa esperienza, ha proseguito la sua attività musicale, sempre in relazione alle composizioni trobadoriche, in collaborazione con Jean-Maria Carlotti e altri musicisti.
Au Son de Votz, nell'ambito di questo percorso, resta il punto di ancoraggio al repertorio tradizionale, evoluzione naturale di quello dei trovatori con una valenza espressiva meno controllata, più spontanea, ma dove allo stesso modo viene valorizzata la musicalità propria della lingua occitana. In una serata con questo gruppo al piacere della danza si unisce il piacere di ascoltare delle canzoni che raccontano, nella sonorità tutta musicale della lingua d'oc, delle storie sempre diverse, ora ironiche, ora appassionate, interpretate con pathos e dinamismo.

Il quartetto torna nel Pinerolese dopo l'acclamata partecipazione all'edizione 1996 di "Cantavalli", dove raccolse un grande successo animando un affollatissimo ballo ad Inverso Pinasca.

Joan-Luc Madier
Dany Madier-Dauba
Bernard Pélerin
Dominique Lalaurie

 

Riportiamo il testo di un'intervista di Thierry Laplaud a Joan-Luc Madier, apparsa nel n.40 di Trad'Magazine (maggio-giugno 1995), non recente, ma particolarmente interessante per capire l'approccio "militante" che guida Joan-Luc, appassionato cultore della lingua occitana. Nell'intervista si ripercorrono gli inizi del quartetto vocale, nato come reazione all'eccessivo predominio strumentale nella riproposta del repertorio da ballo e occitano in genere: Au Son de Votz ha in qualche modo precorso i tempi, riportando l'attenzione sulla vocalità, che, anche grazie a loro, è ritornata prepotentemente d'attualità sulla scena folk francese. La traduzione è nostra.
AU SON DE VOTZ
Le voci della danza
Intervista con Joan Luc Madier a cura di Thierry Laplaud

Quando "Au Son de Votz" è apparso nel 1986, la voce era diventata marginale nei balli. I musicisti erano sul palco e i ballerini sulla pista. Con il ballo cantato, il palco non esiste più. Una comunione molto forte unisce l'artista e il suo pubblico, e la voce è il cemento che lega due realtà che di solito stanno l'una accanto all'altra, senza frequentarsi troppo. Au Son de Votz è stato certamente uno degli elementi che hanno permesso al canto di ritrovare i suoi titoli di nobiltà, nel ballo come sul palcoscenico. Intervista con Joan-Luc Madier, grande voce d'Occitania, ex componente dei Perlimpinpin Folk, fondatore del gruppo

A quando risale il tuo interesse per il canto e la musica tradizionale ?
Ho sempre cantato e fatto della musica, come tanti. Come tanti, inoltre, nel '68 ho preso la mia chitarra e ho mandato tutto al diavolo. E' allora che ho cominciato a cantare in una lingua a supporto di una cultura che stavo scoprendo e che risultava essere mia, quella dei miei genitori e dei miei nonni. Mi sono appropriato di questo patrimonio, e volevo cercare di ridargli i suoi titoli di nobiltà. Fino ad allora facevo parte della generazione "rock and roll" (Johnny Halliday, Vince Taylor…) e non lo rinnego. Quando ho scoperto la poesia, le canzoni, …. tutto quel patrimonio occitano che mi era sfuggito, è stata come una rivoluzione culturale per me. Mi sono reso conto che c'erano cose ammirabili, che, a mio avviso, sono essenziali…. E lo penso ancora.

Questa lingua ha ritrovato i suoi titoli di nobiltà ?
Se la passa un pochino meglio, adesso. Viene sempre più insegnata. Io credo che noi occitani siamo ora quelli che hanno il più gran numero di bambini che imparano l'occitano a scuola, ma è anche vero che siamo 16 milioni. Il nostro vantaggio, e il nostro inconveniente, è che l'Occitania è un grande paese. E' certamente più difficile organizzare delle cose ma, una volta che partono, queste hanno più probabilità di riuscire.

Il movimento folk è stato il solo a partecipare alla rinascita della lingua occitana ?
C'è molta gente che, prima del movimento folk, subito dopo l'ultima guerra (e ne conosco un buon numero, perché io lavoro sui trovatori con molti poeti, linguisti e filologi) stava alla base del rinnovamento della cultura occitana. Essi sentivano, come noi, che qualcosa stava scomparendo, ma spesso parlavano al muro. I loro discorsi, in genere progressivi, si scontravano sovente con coloro che venivano denominati i "félibriges", dei conservatori nati che volevano che la lingua occitana non esistesse in quanto tale, ma che restasse un patouà completamente dialettale, con una grafia non normalizzata com'è quella di oggi. E' stato necessario lottare contro questi personaggi molto aggressivi, che purtroppo ancora oggi hanno un certo seguito.

Non esistono molte lingue d'oc?
Quando si affronta la cultura occitana, si guarda prima di tutto ai trovatori. E' un mondo nel quale è difficile immergersi. Bisogna praticamente dedicarsi solo a quello, tanto è complicato da cantare, con un supporto melodico estremamente ricco e melodioso, una poesia esoterica molto difficile. E' favoloso. Bisogna sapere che in Occitania si stava insediando un grande potere politico-culturale: i possedimenti di Guglielmo IX, il primo trovatore conosciuto, erano cento volte più estesi di quelli del Re di Francia in persona. I trovatori avevano sicuramente avviato quella che adesso viene definita una normalizzazione linguistica. E' gente che alla fine del XIII secolo, prima che cominciasse la persecuzione contro di loro, riusciva ad intendersi senza difficoltà. Avevano inventato l'inter-comprensione. Cosa che sette secoli dopo non si ritrova più, perché ora ci si rende conto che l'occitano è una lingua unica, ma frammentata in sei grandi dialetti (quello del Languedoc, il provenzale, il nord-provenzale, il guascone, quelli del Limousin e dell'Auvergne), se non di più. E tutto questo si ritrova nella poesia. E' una cosa che a me sta bene, perché, qualunque sia il trovatore che interpreto, ritrovo lo stesso linguaggio. Il tempo lo ha poi frammentato in vari dialetti, ma si tratta di una piccola frammentazione.

Ne parli con tanta passione!
Sicuro, quando ho scoperto tutto questo patrimonio è stata una gran cosa per me. Mi sono detto che dovevo occuparmi solo più di quello e me lo dico tuttora. Ancora oggi bisogna battersi, cantare in occitano, dire e fare sentire alla gente che l'occitano è una lingua bella, forte. Una lingua che il mondo intero ci invidia, che ha una storia favolosa.

Qual è il ruolo di "Au Son de Votz" ?
Se ti parlo di un repertorio complicato come quello dei trovatori, con melodie estremamente cesellate, costruite sui testi, è perché le canzoni di "Au Son de Votz" sono tratte da questo fondo culturale. Hanno attraversato i secoli, si avverte chiaramente dalle loro melodie che hanno resistito al tempo e che vengono da molto lontano, hanno subito l'erosione creata dal passaggio dalla bocca all'orecchio nel corso di diverse generazioni. Sono canzoni che sono sopravvissute per fare ballare la gente, per dare del piacere… se sono più semplici di quelle dei trovatori, ciò non toglie che ne deriva lo stesso sapore quando le tieni in bocca. Sono molto vulnerabili perché sono molto semplici, anche se molto ben scritte. Si sente chiaramente che sono state cantate per generazioni e generazioni e quando le tieni in bocca ti rendi conto che chiunque le può cantare. Sarebbe bello comporre dei brani così, a me per primo piacerebbe, perché la parola cade bene, ti fa sollevare la mascella, fa partire la lingua dietro gli incisivi, diventa tutto una percussione. E' magistrale da cantare!

Quali sono i temi di questi canti popolari ?
Il fondo comune della canzone tradizionale francese. Il lavoro, i conflitti, l'avventura, i fatti storici, canti di gioia e di festa. Le canzoni maliziose sono ben presenti, e naturalmente l'amore, che nell'ispirazione poetica occupa un posto molto importante da noi.

Quando "Au Son de Votz" si è formato nel 1986 la voce era sempre meno utilizzata nell'ambito popolare. Il gruppo è stato una risposta a questo fenomeno ?
Proprio così, anche se preferirei dimenticarlo. Era chiaro che nei balli si cantava sempre meno. E io, che modestamente ho adottato la voce come strumento musicale, mi sono detto che bisognava reagire. Ho proposto a mia moglie Dany, che faceva parte del gruppo "Attal" con Dominique, di fare un ballo solo con la voce, senza percussioni né altri strumenti.

Questa formazione, che ha ricevuto un'accoglienza molto positiva, è servita come elemento propulsore verso il rinnovamento della canzone che si può constatare oggi ?
Non credo. L'analisi che fai sulla scomparsa della voce nei balli e sul palcoscenico, la fecero all'epoca decine di musicisti e tutti reagirono allo stesso modo, contemporaneamente. Sulla scena occitana saremo forse stati i primi, ma sono persuaso che altri han fatto come noi, o erano sul punto di farlo, nello stesso periodo.

Perché solo del ballo?
Ne sono stato io responsabile. Credo che per il momento abbiamo abbastanza lavoro da fare per arrivare a interpretare bene questi canti, a cesellare il testo sulle note. E vero che io preferisco il concerto ma per un po' di tempo dobbiamo ancora perfezionare il ballo, anche se quest'estate faremo dei piccoli concerti.

Perché vi si vede così poco sulla scena ?
Perché siamo tutti molto occupati. I miei tre colleghi esercitano tutti un mestiere interessante, io sono il solo professionista del gruppo. Dunque, è piuttosto difficile trovarsi.

"Au Son de Votz", cosa significa nella tua carriera ?
Quando abbiamo creato il gruppo, io lavoravo ancora con i Perlinpinpin. E stata la mia prima esperienza fuori da quel gruppo, e oggi questo è un modo per me di restare vicino al pubblico che mi seguiva all'epoca. …

Il palco è importante per te ?
Oggi come oggi non riuscirei a fare altro. Più invecchio, più mi ci ritrovo bene. Mi dico che ho delle cosa da dire, che non ho ancora cantato abbastanza. E' una malattia grave!

Nel 1972 pensavi di essere contagiato da un virus simile ?
Cosa posso dire? Potrei dire di no, o di sì. Sì, perché avevamo una specie di fervore, una voglia di fare affinché la musica e la lingua non fossero più in pericolo. La battaglia è stata dura e interessante, e solo una generazione dinamica come la nostra ha potuto combatterla. Io mi dicevo che questa energia sarebbe continuata, ma senza avere un progetto. Ma potrei anche dirti di no, perché era molto pericoloso per me che avevo un lavoro fisso (addetto commerciale in una banca per tre anni). Ho dato le dimissioni perché passavo il tempo a cantare. Invece di andare dai clienti mi dedicavo alla musica. Mi sono detto semplicemente: "Fallo adesso, se no sarà troppo tardi". Ma non avevo nessun progetto in testa.

Militante nel '72, militante ancora oggi ?
Naturalmente. Siamo un po' militanti nonostante tutto, anche se ho incontrato molta gente che aveva orrore di questa parola. In un certo senso lo sono, e non contesto il termine. Ma bisogna che lo si faccia con gioia, senza animosità, cercando di far vedere al pubblico che quello che facciamo è una cosa apprezzabile. E' assolutamente importante, perché nessuno al mondo ha il diritto di fare morire una parola, una frase, un'espressione. Nessuna lingua deve morire, è impensabile. C'è bisogno di molta gente per dedicarsi a questa battaglia, perché uccidere una lingua è un po' come uccidere la gente che la parla.

Come reagisci all'invasione della lingua inglese ?
Sono favorevole al fatto che i miei figli parlino inglese e francese, ma anche occitano. A voler negare le culture che ci circondano, si finisce col fare un popolo di buoi che parlano una lingua immaginando che sia il massimo. Ci si rende conto quando si viaggia molto che non è così, e il fatto di rinchiudersi nella propria lingua ci impedisce di comunicare. Ancora una volta, essere pluri-lingue è un atteggiamento spirituale, un modo di essere culturalmente.

Che futuro per Joan Luc Madier e "Au Son de Votz" ?
Come non ho mai analizzato il fatto di sapere se avrei continuato il mio mestiere di cantante, così non mi preoccupo del futuro, perché quello che mi fa andare avanti è la voglia di trovarmi di fronte a un pubblico. Se un giorno le cose si mettono male, verrò a Parigi a una stazione del metro per continuare a cantare ! Per quanto riguarda "Au Son de Votz", è diverso, perché gli altri hanno un lavoro che li appassiona. Ma non vedo perché dovremmo smettere. E' una formazione a cui sono affezionato perché il suo repertorio è più vulnerabile che non le canzoni dei trovatori. Sono della canzoncine, dei fraseggi, degli estratti di rondeau o di mazurca che ti cadono in bocca, sotto la lingua, e che bisogna ritrasmettere.